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SAN MARCO, LA RIVOLUZIONE DEL 1958. ![]() L'abbazia della Matina (sec.XI), San Marco Argentano (dal sito www.cistercensi.info) «Quale rivoluzione c'è stata a San Marco Argentano nel 1958?» si chiederanno molti lettori. Ad essere sinceri ero indeciso se usare la parola attentato, ma alla fine ho preferito rivoluzione per gli effetti e la durata nel tempo che essa comporta. C'è anche un aspetto non secondario e cioè la personalità di colui che promosse la rivoluzione, il quale non può essere relegato al ruolo di un occasionale attentatore. Parlo del prof. Alessandro Pratesi che nel 1958 pubblicò le "Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall'archivio Aldobrandini", Biblioteca Apostolica Vaticana (coll. Studi e Testi), Città del Vaticano. La figura dello studioso, all'epoca professore di Paleografia e diplomatica all'università di Bari, esclude che egli possa aver messo in conto la possibilità che la sua pubblicazione potesse configurarsi come un atto 'rivoluzionario', ma certamente era pienamente consapevole che quelle 'Carte', tolte dall'ambito ristretto di un Archivio Vaticano e esposte all'attenzione di un vasto pubblico sarebbero diventate nuove fonti per la conoscenza della storia nazionale. Per quanto ci riguarda, quelle 'Carte' (si tratta di pergamene) parlano anche e soprattutto della nostra storia, visto che tra le abbazie calabresi c'è quella di Santa Maria della Matina e senz'altro, nell'ambito delle nostre conoscenze storiche e, più in generale, culturali, esse hanno segnato un passaggio 'rivoluzionario'. Ancora oggi, infatti, i contenuti di quelle pergamene, redatte a San Marco o riguardanti San Marco, sono pressocché sconosciuti agli stessi sammarchesi e nonostante esse rappresentino una documentazione indiscutibile per la veridicità dei contenuti, molti continuano ad affidare le proprie certezze storiche in ciò che hanno appreso da altri e non in ciò che hanno letto. Tra questi molti vi sono coloro che non hanno mai letto nulla e coloro che hanno letto qualcosa, preferendo, tuttavia affidarsi ad una tradizione che ha consolidato interpretazioni errate o notizie volutamente false. Come sempre accade, hanno fatto proprie quelle fonti orali o scritte, convincendosi che si tratti di verità assolute e, quel che è peggio, di avere maturato una propria opinione in proposito. A costoro le 'Carte latine' (esistono anche quelle greche esposte e discusse in un convegno dalla prof.ssa Vera von Falkenhausen) non dicono assolutamente nulla, ma non perché ignorino il latino (o il greco), ma per il semplice fatto di non sapere neppure di che cosa trattino. Il prof. Alessandro Pratesi non ha semplicemente trascritto le pergamene, ma le ha studiate e commentate da paleografo, storico e diplomatista qual era, anticipando per ciascun documento latino il contenuto e le proprie osservazioni. Perché dico che quell'azione di portare a conoscenza di un pubblico vasto e variegato documenti gelosamente conservati prima dalla comunità monastica, poi dalla famiglia Aldobrandini e quindi dal Vaticano, è rivoluzionaria? Per il semplice fatto che quelle pergamene non sono narrazioni o racconti di questo o quello storico contemporaneo o posteriore, ma sono documenti autografi, nei quali lo stesso Guiscardo e la moglie Sichelgaita ci 'mettono la faccia', spiegando perché fanno una così importante donazione, e soprattutto ci mettono la firma. Altrettanto vale per i loro discendenti o per i pontefici che confermarono ed estesero tali donazioni, ma non solo, vale anche per i vari vescovi, arcivescovi, notai e testimoni presenti all'epoca dei fatti. I nomi di persone e di luoghi che sono scritti su quelle 'carte' fanno storia, ovvero quella storia che noi possiamo leggere attraverso documenti del tempo e non attraverso intermediazioni narrative. E pur vero che lo stesso prof. Pratesi per alcune di queste pergamene solleva dubbi di autenticità, ritenendole copie scritte qualche secolo dopo in forma di originali (altri studiosi le ritengono autentiche), tuttavia è il loro contenuto ciò che conta. Trattandosi di documenti che riguardano proprietà e diritti, presenti e futuri, è indiscutibile che si tratti di beni reali, come terreni, territori, luoghi, incluse le persone che vi avevano residenza, con o senza diritti di proprietà. L'abbazia che era detentrice di tali beni e diritti, com'è fin troppo ovvio, non vi avrebbe mai scritto proprietà e nomi di luoghi o di persone inesistenti. E un po' come se uno di noi falsificasse un documento attestante le sue proprietà, aggiungendovi il paese dei balocchi! Ebbene quei nomi, di luoghi e di persone, le ubicazioni, le descrizioni e le estensioni dei territori sono atti storici inconfutabili. Essi si aggiungono alla storia che conosciamo, ma anche la sovvertono in alcuni aspetti da noi considerati veritieri. Quando il prof. Pratesi pubblicò nel 1958 la sua opera, a San Marco Argentano circolavano unicamente o predominavano le notizie storiche riportate da Salvatore Cristofaro, quelle riportate nella relazione su San Marco del sindaco dei nobili Ignazio Gonzaga o, peggio, quelle di Giovanni Giovine, di Gabriele Barrio, di Angelo Zavarrone, di Paolo Gualtieri e altri 'inventori di storie'. L'opera del prof. Alessandro Pratesi, a quanto mi risulta, non suscitò a San Marco Argentano quell'interesse che avrebbe meritato per i contenuti che ci riguardavano. Forse solo l'ing. Emanuele Conti la citò in alcuni suoi scritti, ma la maggior parte di coloro che all'epoca si occupavano di aspetti culturali per diletto o per motivi professionali, sia laici che religiosi, non rivolse la dovuta attenzione ai documenti provenienti dalla nostra abbazia. Oggi quell'attenzione un tempo mancata si sta manifestando in forme a volte improprie (tra le quali la mia, che parte dalla pura curiosità) e su posizioni contrapposte, che tuttavia ritengo non dirimenti, ma senz'altro produttive di riflessioni sempre più scevre da pregiudizi e sempre più aperte al confronto. Voglio fare da apripista di questo confronto, avendo iniziato da tempo una costante provocazione con l'Antistoria, parlando anche di ricorrenze, di genealogie, di arte. Mi piacerebbe che esse possano essere messe in discussione, non perché presuma di aver fatto o detto cose degne di attenzione, ma per un fatto più banalmente umano: verificare di non essere stato inutile. Con queste premesse e con questo proposito, spero, quindi, di tenere un incontro pubblico, quanto prima, nella sala della Biblioteca Comunale, sugli argomenti che sono stati oggetto dell'Antistoria. San Marco Argentano, 2 aprile 2025 Paolo Chiaselotti |
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