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SERAFINA, COLPITA A MORTE ...



Particolare di un quadro di Domenico Fedeli (sec.XVIII)
Particolare di un quadro di Domenico Fedeli, detto el Majotto (Venezia, sec.XVIII)
La traiettoria di un proiettile sparato da alcune decine di metri di distanza si fermò sul corpo di una giovane salita su un albero. Il corpo, non appena raggiunto dalla palla di fucile partita da una casa poco distante, cadde dall'albero su cui la donna si era imprudentemente arrampicata. Queste furono le cause della sua morte.
Era il trentuno marzo del 1877.
Ho voluto raccontare così la storia di un delitto, per attenermi alle considerazioni che a quel tempo potevano trasformare una colpa grave in una tragica casualità.
Alle ore due del pomeriggio, poco dopo che il corpo era caduto dall'albero, Serafina morì, in una casa in via della Torre. Avrebbe compiuto vent'anni dopo qualche mese. Il feritore, affacciato dalla finestra della sua casa imbracciando un fucile da caccia, si chiamava Luigi e aveva da poco compiuto tredici anni.
Nell'immediatezza dello sparo e poi per moltissimi anni un silenzio surreale avvolse quel delitto. Due testimoni, un calzolaio e un bettoliere, vicini di casa di Serafina, andarono a dichiararne la morte al Comune. Nessuno si preoccupò di accertare la sua età e le furono assegnati tre anni di meno di quanti realmente ne avesse, forse per il suo aspetto o forse nel tentativo di accreditare l'immagine di una giovinetta immatura.
Il silenzio di quel tragico incidente fu rotto molti anni dopo dal racconto di mia madre, che a sua volta lo aveva appreso da altri, e della cui attendibilità non posso assolutamente dubitare visto che nello stesso momento in cui Luigi sparava, in casa c'erano due fratelli più piccoli, Tommaso e Carlo, quest'ultimo padre di mia madre: mio nonno.
Si parlò sempre e solo di una tragica fatalità, di un gesto imprudente da parte di un ragazzo che vide muoversi qualcosa tra i rami e sparò verso ciò che credeva un uccello o un animale selvatico.
In base ai racconti ho sempre creduto che l'albero fosse nell'attuale piazza San Francesco, ma dall'atto di morte ho appreso che si trovava sul lato opposto, lungo la via della Torre, oggi via Nelson Iacovini, in mezzo alle case e non in un luogo isolato.
Se non avessi avuto la curiosità che mi ha spinto a cercare tra i documenti d'archivio pezzi della nostra storia locale, incluse famiglie, atti amministrativi e atti giudiziari, non mi sarei mai imbattuto in un fascicolo conservato nell'Archivio di Stato di Cosenza riguardante un processo a carico di Luigi C. per ferita involontaria con conseguente morte in offesa di Serafina C. di Mongrassano.
Grazie a questa scoperta, ho indagato sulla vita di questa giovane donna e dei suoi genitori, sul luogo di nascita e su ogni aspetto che potesse darmi un quadro più completo dei protagonisti di questo 'tragico incidente', come veniva definito nei racconti.
Una domanda per iscritto, inoltrata un anno prima dei fatti narrati, dal padre di Luigi, Giuseppe C., al sindaco del Comune per poter sistemare a proprie spese l'area antistante alla casa ed erigervi una statua di San Francesco di Paola, testimonia che nel 1876 la casa era già costruita nella sua interezza. Ritengo che pressappoco anche gli edifici che si affacciavano sulla strada, oggi via Vittorio Emanuele, e sulla via della Torre fossero stati costruiti nel modo in cui oggi appaiono (forse non in tutta l'attuale altezza), per cui l'albero doveva trovarsi in uno dei giardini o terreni appartenenti a quegli stabili.
Che ci faceva Serafina in una di quelle case, visto che la sua residenza era a Mongrassano, dove era nata?
Serafina era orfana di entrambi i genitori. La madre era morta quando lei aveva appena quattro anni e il padre, un bracciante originario di Castelfranco (oggi Castrolibero), risposatosi, era morto nel 1873. È possibile, dunque, che la giovane Serafina fosse stata mandata a servizio presso qualche famiglia di San Marco e, con molta probabilità, presso qualcuna delle famiglie che abitava in via della Torre.
Dal racconto di mia madre, e anche di una mia zia, emergevano gli aspetti legati alla casualità, all'incoscienza, all'imprudenza, alla fatalità; la parola omicidio non veniva mai pronunciata e neppure presa in considerazione. Inoltre la vittima, nel racconto, non aveva nè nome e neppure un'età approssimativa. Era soltanto una donna su un albero.
Mi sono chiesto il motivo per cui una giovane di venti anni dovesse salire su un albero in un periodo in cui non c'erano frutti di alcun genere da raccogliere, ma non posso escludere fini diversi e tutti plausibili. Nel primo caso, tuttavia, ritengo che la sua presenza tra i rami fosse solo una scusa inventata ad arte per accreditare un'azione non voluta e tanto meno non premeditata da parte di Luigi. Infatti, è impossibile che alla fine di marzo vi fossero alberi ricoperti da fogliame in quantità tale da nascondere il corpo di una persona. Di conseguenza, anche se una donna di venti anni, non più una ragazzina, fosse salita sull'albero per motivi a noi sconosciuti, l'oscuramento di fogliame agli inizi della primavera non avrebbe retto a nessuna prova.
Non abbiamo, quindi, alcuna certezza che la giovane si trovasse realmente su un albero e non a terra o affacciata da qualche balcone o finestra.
Il racconto di una donna tra i rami serviva soprattutto a togliere ogni sospetto di intenzionalità accreditando la tesi che l'omicida avesse voluto colpire un animale selvatico. Se la donna fosse stata colpita mentre era in piedi a terra o affacciata da una finestra, la tesi di un ferimento involontario sarebbe stata difficile da sostenere e l'accusa sarebbe stata ben più grave: ferimento volontario o addirittura omicidio.
In ogni caso, anche se fosse stata presa in considerazione la possibilità che la donna si trovasse su un albero, il capo di imputazione sarebbe dovuto essere di omicidio, intenzionale, preterintenzionale o colposo. La giustizia, invece, di fronte al gesto sconsiderato di un ragazzo intento a giocare con un fucile, decise di derubricare il reato in ferita involontaria, con il paradosso che fu essa, disgraziatamente, a causare la morte della sventurata donna!


Paolo Chiaselotti

S. Marco Argentano, 31 marzo 2024

La presenza di armi da caccia e da difesa personale incustodite, sia fucili che pistole, era la normalità in quegli anni e fino agli anni Settanta del Novecento, quando fu imposta la custodia sotto chiave per impedirne l'accesso e l'uso.
Ricordo che in casa c'erano due revolver che da ragazzo maneggiavo disinvoltamente per gioco, sapendo che essi erano scarichi. Fortunatamente solo da adulto scoprii che i proiettili di quelle antiche pistole erano le cartucce metalliche a spillo, le famose Lefaucheux, ovvero bossoli metallici con un cilindretto che funzionava da percussore, conservate in uno scatolo nello stesso cassetto in cui erano riposte le armi. Fino ad allora mi ero sempre chiesto a cosa potessero servire ...


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